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Appunti giocosi di Giovanni Prosdocimi

Da un bicchiere di vino a “Bestiario d’Amore”




Era davanti ad un bicchiere di vino Gianluigi Cavaliere, la prima volta che lo vidi. Cantava e poetava da sopra un palco con i suoi magnifici Chantango. Eravamo davanti a diversi bicchieri di vino, quando Mario Paroli mi raccontò che stava producendo un cortometraggio di Stefano Terenziani. Mi chiedeva quale colonna sonora sarebbe stata adatta. Stavamo certamente bevendo vino io e Gabriele Bellu, mio grande amico e compagno di tanti concerti, quando decidemmo di telefonare a Gianluigi per proporgli di realizzare con il loro gruppo la colonna sonora del corto. Qualche mese più tardi, eravamo a Chianciano con Gianluigi e Romeo a ritirare un premio per quella colonna sonora. Ma fu con le gambe sotto un tavolo apparecchiato che decidemmo di rilanciare la nostra liaison artistica, progettando di scrivere canzoni insieme per altri cantanti. Fu così che nei mesi successivi andai diverse volte a Solesino, dove vive, scrive, beve e tabacca Gianluigi di solito (coincidenza: a pochi chilometri da dove vive, scrive, beve e una volta tabaccava mio padre). Portavo con me Marco, uno dei miei migliori amici (certamente il miglior chitarrista che conosco), perchè avevamo bisogno di registrare dei provini al fulmicotone per le nostre canzoni. Nel frattempo Gianluigi mi parlava del progetto del nuovo album di Chantango; io ancora non pensavo che avrei potuto metterci le mani... Un giorno mi buttò lì alcuni brani che aveva scritto: voleva che io ne riarmonizzassi e ristrutturassi la musica. Prego, Fai pure!-pensavo. Più avanti mi mostrò poesie e testi che avevano bisogno di intervento sempre maggiore... E’ stato così, con calma, quasi per assuefazione, che il progetto “Bestiario d’Amore”, per propria volontà, si è preso la scena.


L’estate di “bestiario d’amore”

Lavorare con Chantango è un’esperienza molto coinvolgente. Innanzitutto sono musicisti di prim’ordine, verso cui nutro un’ammirazione quasi reverenziale; poi sono simpatici e gioviali, persone con cui ogni argomento di conversazione diventa interessante. Ma il motivo di maggior coinvolgimento riguarda le condizioni di lavoro: si sta nello studio di Gianluigi giorno o notte che sia (non essendoci finestre non ci è dato di capirlo), e si esce solo se decidiamo di avere il tempo sufficiente per mangiare seriamente. In questo caso, solitamente a pranzo andiamo da Rocky, un ristoratore vecchio amico di Gianluigi e Romeo che sposa a suo modo la nostra causa artistica non volendo quasi mai farsi pagare. La cena è di norma da Romeo, che ha una vera e propria vocazione nel viziare i suoi ospiti. Dopo un po’ di tempo che lavoravo nello studio di Gianluigi, ho imparato diverse cose: fare lo slalom tra montagne sparse di libri, carte, strumenti, microfoni, cavi, che rendono tra l’altro difficile un’opera efficace in fase di pulizia. Ho imparato a vestirmi con abiti differenziati per lo studio e per il mondo esterno, come mi ha insegnato Romeo, che usa all’uopo sempre la stessa logora tuta, tantoché la madre di Gianluigi che abita alla porta accanto crede che possieda solo quella. Ho imparato a chiudere la porta tra la regia e la saletta, cosa non facile dal momento che è completamente scardinata, e so come sistemare certi cavi attaccati col nastro isolante perchè non smettano di funzionare sul più bello. Ho imparato a svuotare i posacenere perché altrimenti nessuno lo fa per settimane, e a non infastidire la anziana gatta che presidia il bagno. Soprattutto ho imparato a conoscere Gianluigi, una persona che queste cose neppure le nota, assorbito com’è nelle sue letture e nel dedicarsi all’essenza delle persone e delle cose piuttosto che all’apparenza. La settimana in cui Marco ha registrato le tracce di chitarra è stata la più calda dell’anno, ai primi di luglio, e lo studio era un forno! Suonava in mutande e più di una volta abbiamo dovuto interrompere perché sudava talmente tanto che le dita gli scivolavano dappertutto e qualche volta gli scivolava il plettro o la chitarra dalle mani! D’altro canto io e Gianluigi in regia non stavamo meglio, perché oltre al caldo infernale c’era il nostro fumo di sigaro e sigarette che, unite all’ermeticità della stanza, ci impediva perfino di pensare! Dopo quella sessione abbiamo deciso di andare a registrare gli altri strumentisti a casa di mio padre a Este, almeno nei giorni in cui lui e Anna (sua moglie) andavano in vacanza. L’acustica era buona e le stanze erano più grandi e più fresche. Abbiamo trasbordato tutta l ’attrezzatura e preparato tutto, piazzato i microfoni e fatto anche una prova di registrazione e… caspita, le cicale! Cantavano a tutto volume ed entravano nei microfoni. Il giorno dopo era il turno di Ivan, che aveva solo due giorni disponibili per registrare tutto: che fare? Tornare in studio? Giammai! Ci ha pensato Romeo: ha portato 100 chili di ovatta, praticamente una vagonata, e l’abbiamo sistemata tra le finestre e le imposte pressandola al massimo. Il problema era risolto, ma ne ha generato un altro: non potevamo più aprire le finestre per dare aria. Eravamo punto e daccapo, infatti in breve tempo entrò il caldo anche lì. Qualche giorno dopo è arrivato anche Gabriele per registrare i violini. Dormiva nella mia stanza. Per lavorare, visto il caldo, indossava un caftano che aveva acquistato in una tournee in Marocco. Ora, chi lo conosce sa cosa intendo, ma la signora che viene a stirare non lo aveva mai incontrato, e se lo vide apparire di punto in bianco una mattina che scendeva le scale (io non c’ero): è ancora sconvolta dall’apparizione di un Bin Laden che, per divertirsi un po’, sosteneva anche la parte. Il lavoro è proseguito senza intoppi, fatta eccezione per Vittorino, l’uomo che governa la terra intorno alla casa, che non ha potuto usare il trattore per diversi giorni: siamo stati il suo incubo estivo, tantochè ogni volta che mi vede, chiede quando uscirà il disco; credo che voglia capire per che cosa ha sacrificato tanto tempo! Anche per Marcello, la persona che custodisce la casa, siamo stati un grattacapo non da poco: i nostri orari erano impossibili, ma nonostante questo lui non ha mollato. Ricordo una sera in cui siamo usciti a cena fuori, e siamo rientrati alle 2 di notte per ricominciare: l’abbiamo trovato davanti alla casa con il coltello tra i denti! Beh, qualche problemino lo abbiamo creato anche a mia sorella, che non era autorizzata a passare quando la luce delle scale era accesa e che faticava spesso a raggiungere la sua camera, dove peraltro faticava anche a dormire, visto che è esattamente sopra alla sala dove registravamo. Speravo di concludere prima del ritorno di mio padre, per non dovergli chiedere questo sacrificio, ma niente! Eravamo in ritardo sul programma, e gli è toccato anche a lui. Tra l’altro si manifestò anche un altro piacevole problema. Mio padre è famoso per i suoi aperitivi: momenti in cui rastrella tutti quelli che passano d’intorno e li coinvolge in interminabili merende ampiamente annaffiate... come invitare la lepre a correre! Tutto ciò si ripercuoteva sulla nostra capacità lavorativa. Poco male, perché abbiamo passato dei giorni in un’atmosfera di grande sintonia e leggerezza. Nel frattempo, per fortuna, la temperatura era scesa. Potevamo togliere le tende e tornare in studio per finire il lavoro. Quello fu il giorno in cui Gianluigi arrivò con il concetto del “Sans Papier”. Ci mettemmo lui, io e una bottiglia e in 10 minuti il pezzo era fatto. Una sera ci telefona Romeo in studio: “venite a bere un bicchiere da Rocky, c’è un percussionista jazz che lavora con tizio e Caio… magari Marco...”. Marco era un po’ a corto di soldi, e qualche concerto in più gli avrebbe fatto piacere. Chissà che questo non fosse anche il problema di Lele (il Batterista). Fatto sta che dopo una piacevolissima serata, la spuntò lui: il lavoro glielo abbiamo dato noi! Venne il giorno successivo a registrare le spazzole sul “Toscano” e “Sans Papiers”. Una settimana dopo avevamo già fatto tutti i premissaggi: mancava ancora qualcosa. Il tempo stringeva, erano partiti tutti ed eravamo rimasti soli Gianluigi ad io, che dovevo partire l’indomani. La scenetta iniziale in “Sans Papiers” fu realizzata quel giorno. Avevamo sistemato il microfono sull’aia davanti allo studio e Gianluigi andava avanti e indietro con la macchina. Il problema era che Gianluigi si vergognava: davanti al cancello c’erano tre persone che parlavano; non potevano vedere il microfono e la scenetta perché erano nascoste dalla casa; hanno visto Gianluigi che, per una decina e più di volte consecutive usciva dal cancello, girava la macchina, e vi rientrava pericolosamente a tutta birra (dovevamo simulare una strada). Lo guardavano allibiti! Quella stessa sera abbiamo registrato il coro su “Sans Papiers”: eravamo solo in due! Gianluigi premeva “rec” in regia e correva in saletta a cantare con me: abbiamo dovuto doppiarlo una dozzina di volte. Era finito il momento dell’artigianato, adesso dovevamo passare alla tecnica: fissai il missaggio ai studi Fonoprint... e là era tutto molto meno romantico, ma anche molto più efficiente, per questo non ho più niente di particolare da scrivere.